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La Marmaglia - Rivista studentesca indipendente - bandisce il primo concorso di poesia per giovani piacentini dagli 0 ai 25 anni. Mandateci tutte le vostre produzioni poetiche (originali): le più belle verranno selezionate da un'apposita giuria e in seguito pubblicate su La Marmaglia n.9 (distribuita per 2000 copie davanti alle scuole piacentine).

Ogni partecipante potrà inviarci soltanto una poesia all'indirizzo mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . Le poesie dovranno essere firmate con il proprio nome o con uno pseudonimo.

Il tema e lo stile sono completamente liberi. E' possibile anche "abbinare" alla propria produzione un disegno o una fotografia.

TEMPI: da oggi fino al 24 settembre.
LA GIURIA sarà composta da membri della redazione ed "esperti" esterni (prof.Alberto Gromi; Giovanni Zilioli, poeta e scrittore piacentino; prof.ssa Michela Vignola; Ass. Giovanni Castagnetti...).
Gli autori delle poesie pubblicate verranno PREMIATI (simbolicamente) con la nuovissima (e tuttora in cantiere...) t-shirt de La Marmaglia, nonché con la corona d'alloro all'Onor Poetico.

...preparate penna e calamaio!

Ultimo aggiornamento (Sabato 10 Settembre 2011 14:29)

 

 

Lucio Caracciolo è direttore di Limes, Rivista Italiana di Geopolitica. Lo raggiungo telefonicamente per intervistarlo riguardo ai grandi cambiamenti che stanno avvenendo all’interno del mondo arabo e nord-africano…


E’innegabile che sia in atto un grande processo di rinnovamento, diciamo pure una “rivoluzione”, nei cosiddetti paesi arabi. Ma si può davvero parlare di un’unica rivoluzione?

Assolutamente no. I movimenti che stanno scuotendo i paesi mediorientali e del Maghreb sono molto diversi da paese a paese. Senz’altro tutte queste rivolte hanno caratteristiche simili e aspetti comuni, e vi è stato un “effetto onda” che dalla Tunisia si è propagato nei paesi vicini e anche oltre al mondo islamico, ma questo non può nascondere il fatto che le rivolte siano molto diverse l’una dall’altra. Quello che è stato dipinto dai media come un fenomeno unitario è in realtà profondamente eterogeneo, per un analisi minimamente approfondita. Ad esempio, le rivolte in Egitto e Tunisia sono scaturite da un forte movimento popolare, di piazza (che poi possa essere stato strumentalizzato è un’altra faccenda); viceversa, la crisi libica è stata originata da un colpo di stato, sostenuto dai servizi segreti francesi, di alcuni esponenti del Governo e dell’Esercito di Gheddafi. A questo si è poi aggiunta la rivolta popolare della Cirenaica, ma in generale non si può parlare, nel caso libico, di una rivoluzione “di piazza”.

I media hanno molto parlato del ruolo dei giovani nelle rivolte, nonché dei social network: quanto questi elementi hanno davvero contato?

Che i giovani siano stati il motore di queste rivolte è un dato innegabile, basta guardare le immagini sui giornali o in tv per accorgersi della massiccia presenza giovanile nelle manifestazioni. Evidentemente esiste, nei paesi arabi, una generazione di ragazzi che si è trovata in una condizione di frustrazione, per diversi motivi, e che ora ha convogliato le proprie energie per arrivare ad un cambiamento, ad un miglioramento delle proprie condizioni. Per quanto riguarda l’aspetto dei social network, mi sembra in realtà parecchio sopravvalutato dai media. Certo, Facebook e Twitter possono aver contribuito a sostenere la rivolta, ma molto più importante è stato il ruolo delle televisioni arabe (Al-Jazeera, Al-Arabya… ) che diffondendo le immagini delle rivolte hanno innescato un effetto-domino nei vari paesi; non dimentichiamo che spesso queste stesse televisioni hanno “spronato” le rivolte, catalizzando la volontà di cambiamento che da tempo covava in questi paesi…

Ma come mai questi conflitti sono emersi proprio in questo momento? Quali sono le motivazioni profonde delle rivolte?

In linea generale, vi è stata la combinazione di fattori strutturali (la crisi economica, il potere politico statico e corrotto, la poca libertà… ) e fattori “contingenti”, come il ragazzo che, dandosi fuoco, ha dato il via alla rivoluzione tunisina. Inoltre è caratteristica di questi movimenti la sostanziale assenza del “movente religioso”, nonostante i timori, alimentati dai media, di una deriva integralista delle rivolte. Detto questo occorre ancora fare distinzioni tra i vari paesi: la Libia ad esempio aveva un’economia più che solida, e nonostante la Cirenaica fosse da sempre la ragione più povera, rispetto alla Tripolitania (in mano a Gheddafi), questo non basta per affermare che questo conflitto abbia avuto motivazioni economiche.

Il cosiddetto “Occidente”, che fino ad ora aveva tollerato più che bene i vari rais, ora li attacca. Cosa si potrà concludere da queste vicende (Libia in primis) riguardo ai rapporti tra gli stati occidentali e il medio oriente?

Credo che occorra fare una precisazione. La parola “occidente” è un concetto molto vago, che ha ormai perso significato. Ci troviamo di fronte a stati (Usa, Francia, Inghilterra…) con interessi completamente differenti e per questo non si può parlare dell’occidente come un blocco unitario. Bisogna poi aggiungere che i vari dittatori africani avevano relazioni molto differenti con i paesi occidentali, ad esempio si è potuta vedere nella vicenda libica tutta la distanza tra la linea francese e quella di Obama, che come nel caso dell’Egitto è stato costretto malvolentieri a scendere in campo. In tutto questo l’Italia, come sempre, cerca di barcamenarsi il meglio possibile tra le varie posizioni, ma con risultati alquanto deludenti… Concludendo, sarà interessante seguire l’evolversi della situazione politica in tutti questi paesi, perché probabilmente i nuovi regimi che sorgeranno avranno rapporti completamente diversi con gli stati occidentali.

La vicenda dei profughi libici, che ha causato uno scontro tra Francia e Italia, sembra aver mostrato tutte le debolezze dell’Unione Europea…

Credo che non dovremmo stupirci di questo. Da quando esiste l’Unione Europea praticamente nessuna crisi è stata risolta con una politica estera unitaria: la diversità di punti di vista, spesso inconciliabile, tra le varie tradizioni politiche ha portato a una sostanziale diversità degli approcci ai vari problemi. E’quindi futile accusare l’UE di non esistere: almeno per quanto riguarda la politica estera, questo è ormai un dato di fatto e prima o poi dovremo farci l’abitudine…

Un giovane italiano che vuole essere informato su questi fatti riceve spesso un’immagine superficiale da tv, giornali e internet. Come fare a comprendere in modo approfondito quello che sta succedendo a così poca distanza da noi?

Occorre innanzitutto studiare la storia e la geografia. Soltanto conoscendo il contesto geopolitico di un paese, oltre alle cause di lungo periodo che causano una rivolta, è possibile avvicinarsi ad una visione oggettiva dei fatti. In secondo luogo, bisogna leggere tanti giornali e preferibilmente stranieri: il quadro editoriale italiano è infatti decisamente desolante per quanto riguarda l’approfondimento e la veridicità delle notizie. Infine, l’ideale sarebbe conoscere tante lingue straniere: solo questo infatti consente di accedere a tantissime fonti dirette, spesso in lingua originale.

 

Ultimo aggiornamento (Giovedì 14 Luglio 2011 16:58)

 

Ecco il numero 8 de "La Marmaglia".


Per scaricare il file .pdf cliccare col tasto destro del mouse sulla copertina e selezionare "Salva destinazione con nome"

Ultimo aggiornamento (Lunedì 11 Luglio 2011 13:59)

 

 

 Nella notte il cielo si mescolava al mare, in un’unica, uniforme oscurità. Il peschereccio rollava cullato dalla danza delle onde, e ad ogni scossa la prua si alzava e nascondeva le stelle agli occhi degli uomini. Stretto tra altre centinaia di corpi, il ragazzo non poteva muovere un muscolo e si limitava a guardare all’orizzonte, cercando di prendere sonno. Il freddo umido del mare filtrava attraverso le assi marcite della barca e inzuppava i vestiti e il cuore di Alì Ait Khalif.

La vita è dura, se hai sedici anni e stai scappando sopra ad un barcone che potrebbe affondarti sotto i piedi da un momento all’altro. Ma quella notte Alì non pensava alla sua sventura: sapeva che la terra non era lontana, quella terra che sognava ormai da mesi e che ora si trovava lì ad un passo, oltre le onde, oltre la notte nera. Italia. Il nome suonava dolce, sulle labbra del giovane maghrebino. In quelle tre sillabe c’erano racchiusi tutti i suoi miraggi, le sue speranze di bambino che non riusciva nemmeno a sussurrare, dalla paura che potessero sfuggirgli come una manciata d’acqua dalle mani. I-ta-lia. Significava terra da coltivare, acqua dolce da bere, vita da ricominciare. Significava pace. Niente più coprifuoco, niente spari, nessun deserto da traversare in silenzio, stipati in venti sopra ad una jeep, cercando di passare il confine; e significava soldi, per comprarsi nuovi vestiti o, magari, qualche disco di musica occidentale.

Alì amava la musica più di qualsiasi altra cosa al mondo: più della sua famiglia, che aveva ormai imparato a dimenticare, e più del suo Paese straziato dalla guerra, che non era mai stato suo. Beatles, Rolling Stones, Clash: quelli erano i suoi idoli, non i cantanti popolari che tanto piacevano ai suoi amici. Poco importava se non erano italiani: era l’idea stessa di occidente, la possibilità di vivere in un paese davvero libero che lo aveva spinto ad attraversare il deserto fino alla costa, a spendere tutti i suoi risparmi per imbarcarsi su quel barcone. Let it be, let it be… Alì canticchiava, assorto tra sé, e fantasticava di diventare un grande cantante rock. Cantando scacciava il freddo, la nausea e la paura. Restò per tutta la notte immobile, tra quegli uomini con le sue stesse speranze e le stesse angosce. Ad un certo punto il suo vicino intuì il motivo della canzone e, senza dire niente, si mise a canticchiare anche lui. E dopo di lui un altro, e un altro ancora. Cento voci si alzarono sul mare, sfidandone le onde, e salutarono l’arrivo dell’alba con una nuova fiducia.

Ad un certo punto, un grido: lontano, oltre la foschia, si intravedeva una lunga sagoma grigia. Terra! Alì ebbe un tuffo al cuore, e tacque insieme a tutti gli altri compagni, soffocando a stento le lacrime. Allora ce l’avevano fatta! Ora il vento mattutino disperdeva rapidamente le nuvole, rivelando la grande isola che per tutti voleva dire libertà. La barca procedeva lenta, e ad ogni metro ondeggiava avanti e indietro come se avesse voluto prenderla tutta e subito, quella meravigliosa libertà. 

Ma d’un tratto, il motore emise uno strano sbuffo e, dopo qualche minuto di agonia, si spense in un rantolo. Quasi nello stesso istante un’ondata appena più alta delle altre colpì lo scafo su di un lato, sbilanciando la nave che si inclinò bruscamente; privato della sua forza motrice, il peschereccio si trovò in balia di quel mare divenuto improvvisamente ostile, e non resistette a lungo. Gli scafisti tentarono di salvare la barca gettando gli uomini in mare: si scatenò una rissa e Alì si ritrovò sbalzato fuori bordo, nell’acqua gelida.

I vestiti si attaccarono al corpo, trascinandolo nell’abisso; il ragazzo diede un colpo di gambe e riuscì con fatica a sottrarsi all’abbraccio mortale del mare. Respirò a pieni polmoni l’aria piena di sale. Fu colto dal panico: iniziò a muoversi convulsamente tra le onde e vide tanti altri uomini nuotare vicino a lui; il peschereccio era ormai rovesciato su di un lato e i profughi lo stavano abbandonando. Solo qualcuno, restato sotto coperta, era rimasto intrappolato sotto allo scafo e lottava invano contro la morte. Non ci sarebbero stati fiori per una tomba grande come il mare.

Quando gli uomini della guardia costiera lo raccolsero, Alì aveva ormai perso conoscenza per il freddo e i muscoli rattrappiti dallo sforzo erano scossi da crampi e convulsioni. L’ultima cosa che vide prima di addormentarsi fu una faccia barbuta e onesta che cercava di rianimarlo. La faccia di un italiano.

Questo racconto non ha un finale, perché in questa storia la parola fine non è ancora stata scritta. Quello che succederà ad Alì lo stiamo decidendo tutti noi, in questo momento, sdraiati davanti alla televisione. Quello che politici e giornalisti non ci dicono, però, è che mentre se ne stanno sulle comode poltroncine dei loro talk-show ci sono migliaia di Alì che scappano da un paese più sfortunato del nostro, in cerca di un po’di speranza. E che per ogni stronzo che parla di rimpatri e di economie, riempiendosi la bocca di “padroni a casa nostra” e di “non siamo un paese razzista”, ci sono dieci poveri Cristi che sognano di baciare il suolo italiano. Provate a fermare la speranza, se ci riuscite.

Ultimo aggiornamento (Venerdì 08 Aprile 2011 17:00)

 

Questo non è un paese per artisti. Sembrerebbe paradossale: la patria di Dante, Michelangelo, Raffaello, la culla del Rinascimento, da sempre punto di riferimento per i movimenti artistici di tutto il mondo, vuole definitivamente chiudere i conti col suo passato. E voltare pagina.

 Questo infatti sembra emergere se guardiamo alle ultime tendenze: i famigerati tagli alla Cultura, le proteste nei teatri, nei cinema,nelle Accademie … un Governo che sembra disinteressarsi come non mai del sostegno allo sviluppo culturale e artistico del nostro Paese. Del resto l’hanno detto senza pudori: con la cultura non si mangia. Tanto più in periodo di crisi. E così, nel quasi completo disinteresse, la Cultura italiana viene lasciata ad agonizzare, come un animale malato. Di fronte ai problemi della crisi economica è il settore (insieme all’Istruzione e
alla Ricerca) più sacrificato sull’altare delle politiche economiche del Ministro Tremonti; del resto come aspettarsi, da un simile Governo, un sostegno a quella parte del Paese che tradizionalmente è più ostile alla destra e difficile da strumentalizzare? Si sa, la cultura fa paura: perché instilla dubbi nelle persone, perché non è mai serva, perché insegna a ricercare il bello e il buono, a farsi delle domande. E questo, anche in una democrazia, è pericoloso.


Il problema vero, però, non sono i tagli del Governo. Siamo di fronte ad una crisi che tocca diverse componenti della nostra società, e non solo l’economia. La crisi è politica, istituzionale, etica. Ma è anche e soprattutto una crisi culturale che ha radici molto lontane nel tempo e che arriva ad intaccare tutto il fermento di cui si è sempre potuto vantare il nostro Paese; da molti anni infatti il panorama artistico italiano langue, l’Italia sembra aver perso quel primato di avanguardia che aveva tradizionalmente occupato per ripiegarsi sempre più su sé stessa e sul suo passato. Questo almeno se guardiamo alle apparenze. Perché se indaghiamo più a fondo (e speriamo, con questa rivista, di aver contribuito a farlo), ci accorgiamo che senza guardare troppo lontano possiamo trovare tantissimi giovani artisti dall’incredibile talento, con tante idee e tanta voglia di metterle in pratica. Eppure non riescono ad emergere. E la colpa non è solamente del Governo: è specialmente di tutti noi, che siamo diventati ormai indifferenti, passivi di fronte a una bella musica o a un bel quadro.


La nostra società digitale, nella quale ogni cosa, ogni sentimento è standardizzato e uniformato dalla grande centrifuga della Rete, e dove ognuno si trova ridotto al ruolo di semplice telespettatore di una realtà virtuale, ci spinge sempre più lontano dalla capacità di cogliere la bellezza e l’arte. Siamo lobotomizzati da media che ci trascinano ad un livello sempre più basso di civiltà, ci stiamo progressivamente disumanizzando. E il
fatto che non siamo più in grado di sopportare forme d’arte che non si possano proiettare su di uno schermo è solo uno dei segnali più allarmanti. Nel libro Fahrenheit 451 lo scrittore Ray Bradbury prospettava una società in cui i pompieri, invece di spegnere gli incendi, li appiccavano per bruciare i pochi libri rimasti. A soppiantarli era stata proprio la televisione. E non c’era stato bisogno di usare violenza: erano stati gli uomini
stessi ad essersi stufati della cultura. Lo Stato interveniva solo contro quei pochi che osavano ribellarsi alla cultura dominante. Purtroppo, oggi questa profezia sembra avverarsi.


Il problema allora è che dovremmo renderci conto di quello che ci sta accadendo, e aprire gli occhi. Ci lamentiamo dei tagli alla Cultura? E allora facciamo vedere che la vogliamo, questa Cultura. Ritorniamo a leggere dei bei libri, a visitare le mostre, ad ascoltare musica d’autore. Usiamo i nostri soldi per sostenere giovani artisti, musicisti, registi bravi e innovativi. Impieghiamo il nostro tempo in maniera diversa dal consumarsi di fronte ad uno schermo o dall’ubriacarsi in discoteca. Incominciamo a dipingere, a suonare, a scrivere tutto quello che non ci hanno ancora detto in televisione. Facciamo vedere che esiste un’altra Italia, che non è ancora stata narcotizzata dai reality show. Tocca a noi giovani fare tutto ciò. E’una partita
disperata, ma non possiamo perderla.
Ne va della nostra vita, e del nostro Paese.